Gp Cottini

Questo sito intende presentare la personalità e le opere del filosofo Giampaolo Cottini, a partire da una selezione ragionata di articoli curati per il quotidiano “La Prealpina“.

Lo stupore della Pasqua

Fuori del Coro | n. 10-2008

Che cosa può dire la Pasqua all’uomo di oggi, secolarizzato e poco incline a credere nei miracoli? È la domanda che ci percuote in questo mondo in cui lo scetticismo invade le fibre più profonde dell’essere, impedendo di ascoltare persino quella ricerca di pienezza che ogni uomo naturalmente porta in sé.

La filosofia si è interrogata sull’immortalità dell’anima in cerca della possibilità che almeno la parte spirituale dell’uomo sopravviva alla morte e da Platone in poi si è impegnata a dimostrare che la fine del corpo non coincide con l’annientamento totale dell’io. Tuttavia, la morte rimane il grande smacco che non si riesce a superare. Solo il Cristianesimo ha posto lo scandalo della “resurrezione” a fondamento della sua storia straordinaria di rinnovamento della civiltà e dell’uomo in quanto tale.

Ma chi oggi ha coscienza che la Pasqua non è una festa di inizio della primavera, ma la celebrazione della Resurrezione della “carne” (come recita il Credo cattolico) che irrompe a sconvolgere il destino non solo di quel Nazareno morto in croce, ma di tutta l’umanità? Risorgere significa infatti che una potenza di vita nuova ha preso non l’anima, ma tutto l’umano di Gesù, vincendo le leggi della Natura e ponendo in essere un’esistenza impensabile: Dio che pure ha creato l’uomo nella sua finitezza ha spaccato il muro del limite ed ha introdotto una “creazione nuova”, un fatto (non un mito della rinascita della vita) che ribalta ogni tentativo di onnipotenza solo umana.

Dinanzi alla presenza del “corpo” di Cristo risorto si può solo essere stupiti come lo fu Maria Maddalena dopo essersi recata al sepolcro e averlo trovato vuoto, lasciandosi interrogare sull’incidenza nell’oggi che quell’evento ha sulle vicende quotidiane. Il problema è che siamo portati ad aspettare delle sorprese (come nell’infantile pretesa con cui si spacca l’uovo), ma non sappiamo gustare lo stupore, perché la cultura laicista ha congiurato per strapparci dal cuore l’immensità della domanda che abbiamo dentro.  Così l’uomo riduce l’ampiezza della domanda di Infinito (forse per il timore di rimanere deluso se non trovasse una risposta), rinunciando alla sfida più grande, quella del rapporto con Dio e del confronto con la possibilità che in Lui avvenga la salvezza. L’esito di questa irreligiosità è però drammaticamente negativo: o prevale il superomismo di chi pensa di essere lui il dio della vita, oppure vince il tragico fatalismo di chi non si aspetta più nulla perché guarda solo il suo limite senza poterlo oltrepassare. In ognuno dei due atteggiamenti l’uomo rimane triste, triste perché abbandonato alla morte e alla solitudine, senza poter attingere al Mistero ultimo dell’esistenza che consiste nell’essere fatti per la vita, e per la vita di relazione.

Il senso della Pasqua si gioca entro questa dialettica tra il sentimento di un vago buonismo (come a volte si registra nel dolciastro clima natalizio), e la coscienza che siamo di fronte al caso serio dell’esistenza per cui scegliere tra la vita di comunione destinata all’Eternità o il Nulla in cui essere inghiottiti. La Resurrezione è il fatto che sancisce il compiersi della Promessa contenuta nella nascita: vivere non è un’assurdità, ma è il compiersi del Destino della pienezza. Ma solo la ripresa del rapporto con Dio non rende vana questa promessa. Perciò la Pasqua è la festa dei testimoni della fede che ci dicono che la morte è vinta per sempre, perché Dio è intervenuto nel tempo stupendoci con la Resurrezione, che è letteralmente la ripresa della sorgente da cui tutto viene. Questo crea rapporti tra gli uomini, per cui la Pasqua è la festa del ritrovarsi uniti dall’avvenimento che salva tutti, festa della salvezza di tutte le relazioni vere tra gli uomini.

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